Sul cielo di Messina, venti farfalle

Se qualcuno avesse alzato il capo per guardare il cielo, nel crepuscolo del 14 Marzo, avrebbe osservato uno spettacolo fantasmagorico: venti farfalle di grandi dimensioni, dagli splendidi colori, con le ali spiegate sopra la città. Le farfalle erano quelle evocate da Maresa nel suo libro (Teresa Lazzaro” Venti farfalle e una nuova primavera”, C. E. Experiences 2014 pag. 87) presentato a un folto e commosso pubblico presso la saletta Cannizzaro.

Esse rappresentano l’allegoria della sorte dei venti bambini uccisi dai nazisti, il 25 Aprile del 1945, nella scuola di Bullenhuser Damm, ad Amburgo. Maresa è un’insegnante d’inglese impegnata e sensibile, consapevole che la cultura non deve essere autoreferenziale e svolgere solo una funzione consolatoria delle sofferenze ma assumersi essa stessa il ruolo di lottare, scongiurare  ed eliminare i mali. La sua è un ‘opera di denuncia affinché nefandezze di tal genere siano estirpate dal genere umano e per far ciò coinvolge le scolaresche, ricreando con loro e per loro quegli episodi inenarrabili di una malvagità parossistica. La sua battaglia non è solo per restituire alla memoria venti innocenti vittime della follia nazista ma per chiudere in un cerchio protettivo tutte le ”farfalle” stritolate quotidianamente dall’”Homo Homini lupus”.

Per far questo Maresa si serve della poesia e percorre le vicende delle piccole vittime dell’olocausto con tratti leggeri, con versi che hanno il sapore  di una prosa ritmata  (“ antiermetici” come li definisce il prof. Rando). Appaiono dai versi, i bimbi, vibranti  nella loro trepidante attesa di vita, ma già agnelli sacrificali. Le immagini della gioia trascorsa e l’orrore del presente si intrecciano nelle liriche di Maresa. I venti bambini di diversa nazionalità (uno è italiano) vengono rastrellati in vari luoghi per divenire cavie umane da utilizzare in esperimenti condotti da medici abietti: Mengele, Heissmeyer. Nel campo di concentramento di Neuengamme vengono torturati e poi arsi nei forni crematori, dopo esser stati impiccati a due a due nella scuola amburghese. Perché?

Maresa, come tutti, non sa darsi una risposta ma  (come squisitamente  interpreta Sergio Todesco) sa suggerire l’unico antidoto al male: la memoria al di là delle ombre della morte.