Tu chiamala se vuoi...poesia.

Improvviso, o atteso da un luogo remoto del tempo, uno spasmo, un vento caldo sulla pelle. Gli occhi chissà dove, le tempie come un cuore. Franano i sensi, e salgono cose dai labirinti della coscienza. L’universo, con le sue cieche oscurità e i suoi amori. La vergine notte e i girasoli dalle ciglia gialle. I fiumi e gli oceani blu e neri. I giganti dei giardini, gli ippocastani. Le salamandre del fuoco. E poi i marciapiedi con le scarpe rotte, i palazzi, le chiese, e le carceri senza volto e senza corpo. Farfalle, uccelli, rari arcobaleni, piogge come ingiustizie che non cessano o verità che si nascondono. L’uomo. E la donna. E la loro terra, la nostra terra. Semplicemente. E tutta quanta la vita tra i denti neri dell’assenza. Scoppi d’aria e di profumi. E il Nome che non vuole essere nominato invano. E di Questi il dolce Dono. E tutto quanto il difficile Amore. Ma non un suono né una parola. E però ancora una spinta verso dentro, tra le sabbie mobili della frontiera che separa sogno e realtà, esperienza ed evocazione, tenebra e salvezza nel gran ballo delle ferite dell’anima e delle visioni e delle possibilità.

È in quelle sabbie mobili che affondo mani.

Con fatica e con dolore, a volte anche con gioia, porto fuori cose-parole, che nascondono il volto e fuggono avanti per sorprendermi sempre, quando le raggiungo.

Nell’ora che non batte comincia un vero corpo a corpo tra la mia insufficienza e la ricerca che le parole impediscono. Se resistessi? Sarei stritolato. Aspetto in silenzio, indifeso, mendicante all’angolo d’una strada, che pietose le cose-parole comincino a versarmi l’avaro obolo che mi consenta di seguire i passi della bellezza, di mirare come cangiano i colori della vita, di sentire la violenza di un’ape dentro a un fiore, di soffrire l’ingiustizia d’un uomo che muore per fame o per un proiettile, di sentirmi guardato dal Cielo.

E, attendendo con la mano tesa, ricevo, a volte con angoscia, a volte con stupore, le parole scartate dall’ape operosa, dal mare che spesso s’infuria come una donna tradita, dai pensieri che vanno di fretta per strade improbabili, o perdute dal vento distratto per i silenzi dei deserti o vedute negli occhi grandi dell’innocenza.

E così vado per i mondi dell’uomo sperando di comprenderne il miele e l’amarezza.

E poi ancora dentro per conoscere come avviene in me la vita parola per parola e come tuffarmi in essa con tutto il cuore, con tutta la mente, e con tutte le mie deboli forze.

Perché non accada di sentirmi assente o come un naufrago che non ha salvato nulla.

E quando le parole delle cose s’affastellano davanti a me ecco avanzare, come pesanti scaffali, l’ordine e i metri esatti con le loro fredde catene che costringono e lasciano segni rossi ai polsi e spesso piaghe sì profonde che per vendetta decido di non curarmene e di liberare la difficile libertà………

E penso e scrivo in versi “cose”, che amici affettuosi chiamano poesie.