Prodromi dell’Autonomia Siciliana.

15 Maggio 2016: settantesimo anniversario del riconoscimento della autonomia alla Sicilia con la concessione dello Statuto della Regione Siciliana, approvato con R. D. Lgs. n.455 del 15 Maggio 1946 da Umberto II, re di Italia. Lo Statuto nella sua formulazione era stato originato da un accordo tra lo Stato e l’Isola, rappresentata da una  Consulta regionale all’uopo costituita in cui erano presenti i rappresentanti delle categorie, i partiti e i ceti produttivi della Sicilia che materialmente contribuirono in chiave paritetica alla stesura e alla formulazione dello stesso.

Esso avrebbe dovuto consentire nelle intenzioni del legislatore di dare le risposte che l’Isola attendeva da anni in merito alle esigenze di sviluppo per fare uscire i Siciliani dalle condizioni di minorità socio- economica in cui versavano dal momento in cui fu realizzatal’Unità. Fu ideato pertanto come volano di crescita e strumento di affermazione della specificità siciliana, come teorizzato dalle   correnti di pensiero che anche prima della parentesi fascista avevano caratterizzato il dibattito politico promuovendo soluzioni autonomistiche e regionalistiche per dare risposte adeguate alle necessità locali delle singole regioni, soprattutto meridionali. 

Nell’ immediato servì come antidoto per tacitare le forme di ribellismo anti-italiano che si manifestarono in tutta la loro virulenza nel periodo che va dal ‘43 ai primi anni ‘50 e che venne definito con il nome di “Separatismo siciliano”

Argomento di studio per gli specialisti di storia patria, ha avuto un ruolo più o meno significativo nelle vicende sociali e politiche del nostro Paesenegli anni dal ‘43 a fine decennio con una cassa di risonanza anche a livello internazionale, progressivamente dimenticato negli anni successivi, venuta meno la sua ragion d’essere ed esaurita la spinta diremmo oggi mediatica. 

Da qualche anno a questa parte, però, è divenuto oggetto di rivisitazione a livello di studio, ma anche espressione di un sentimento sicilianista in alcuni raggruppamenti e movimenti, seppure minoritari, non tanto nostalgici quanto propositivi di alternative al quadro tradizionale dei partiti che in settant’anni di autonomia  non sono stati in grado di  assicurare sviluppo e benessere all’Isola. Terreno fertile per la ripresa di taliposizioni, i fermenti localistici che si sono manifestati a partire dagli ultimi decenni del ‘900  non solo nel nostro Paese, ma anche altrove in Europa, a testimonianza di una più consapevole attenzione ai bisogni e al profilo identitario della comunità di appartenenza.

Questo sentimento di parte di settori dell’opinione pubblica, soprattutto nel Nord Italia,  ha animato  movimenti politici come la Lega, generando il pericolo della frammentazionedell’idea unitaria, tutto ciò aggravato in questi ultimi anni  da una crisi generale che dal 2008 condiziona la vita del nostro Paese  così comequella di tante altre nazioni.  

La crisi ha causato e continua a causaresignificativi stravolgimenti sociali nel settore della economia e con effetti devastanti nella fisionomia delle comunità, dove si registra la scomparsa progressiva del ceto medio,l’impoverimento generale e l’arricchimento però dei ceti con maggiore disponibilità economica e dei settori finanziari  e speculativi.

I disagi e i malumori di larga parte delle classisociali in difficoltà che, privi di speranza e certezze, sono costrette all’emarginazione economica e spesso alla povertà, causano sul piano politico forme di populismo, atteggiamenti di protesta spinta e il desiderio di vedere il trionfo di uomini della provvidenza che risolvano i problemi. Questo stato di cose indebolisce i tradizionali sistemi democratici di rappresentanza e mediazione politica e mette in discussione i pilastri dell’assetto costituzionale fondato sulla divisione dei poteri. All’interno di essi tende a prevalere il potere esecutivo che protende verso forme di autocrazia.

In questo contesto culturale si inquadrano le posizioni politiche dei vari movimenti indipendentistici in alcuni paesi europei; per non andare lontano, pensiamo alla Scozia e alla Catalogna e, in Italia, agli atteggiamenti centrifughi del Veneto e di  altre regioni del Nord, seppure con connotazioni federaliste, almeno in questo ultimo periodo, dopo avere abbandonato le velleità indipendentistiche della prima ora  .

In Italia, per circa vent’anni, la Lega ha avuto la possibilità di governare  con coalizioni  di centro-destra, sbilanciando gli assetti nazionali a favore di una parte del Paese e frenando quel processo di riequilibrio tra Nord e Sud che, seppure debolmente e al netto dei fenomeni corruttivi e di mala politica, aveva caratterizzato nell’ambito della modernizzazione e dello sviluppo economico, gli anni dall’avvento della Repubblica al penultimo decennio del ‘900. Un processo che avrebbe dovuto, se portato a termine, sanare la questione meridionale, nata dal forzato processo di unificazione e che con alterne vicende dalla seconda metà dell’Ottocento aveva caratterizzato la storia del nostro Mezzogiorno . 

L’ondata migratoria verso il Nord Italia o i paesi europei ed extra, che seguì quelle verificatasi all’indomani dell’Unità negli ultimi decennidell’800, caratterizzò il periodo della industrializzazione e della urbanizzazione negli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine anni ’60 e oltre. Si verificò anche un fenomeno di emersione in generale e di emigrazione dal Sud dei ceti intellettuali anche a seguito delle riforme scolastiche che interessarono il nostro Paese al fine di realizzarela scolarizzazione di massa, e si aprirono le porte di opportunità massicce nella pubblica amministrazione nelle sue diverse articolazioni.

I periodici travasi di larghe percentuali di cittadini dal Sud al Nord contribuirono con il lavoro alla ricchezza nazionale , oltre ad innalzare ed assicurare condizioni di vita menoprecarie e a permettere disponibilità economiche sufficienti a garantire un futuro a tantissime famiglie-valga per tutti l’esempio della Fiat, negli  anni ’80 registrava, compreso l’indotto, più di centomila addetti, moltissimi dei quali meridionali-in un quadro di garanzie previste dallo organico  complesso di norme, lo statuto dei lavoratori,  entrato in vigore con  legge 20 Maggio 1970, che introduceva modifiche e tutele  sul piano  delle condizioni del lavoro, nei rapporti con i datori e  nel campo dei diritti sindacali .

Questo stato di cose mutò in parte la fisionomia delle comunità meridionali, ma non a tal punto da modificare l’assetto economico e sociale rispetto al Nord Italia, restando comunque debole il tessuto produttivo incentrato soprattutto sul terziario e con un apparato industriale a macchia di leopardo tale da non consentire, nonostante interventi infrastrutturali e straordinari della Cassa del Mezzogiorno, di ridurre significativamente il divario con il resto del Paese.

La situazione di oggi denuncia condizioni socioeconomiche molto precarie e differenziaterispetto al Nord- centro Italia e alle realtàeuropee, comprese quelle del Sud come Spagna e Portogallo, aggravate dalla crisi economica che ha investito l’Europa dal 2008 in poi. 

Se vogliamo essere sinceri, la causa prima di questa crisi strutturale che identifica il Mezzogiorno come debole e arretrato rispetto alla restante parte del Paese è ascrivibile all’Unità.

In questo quadro vanno anche letti la storia della Sicilia e i particolari atteggiamenti antiunitari chesi sono verificati in certi periodi e si manifestanoanche in questo periodo con la presenza di movimenti, espressione di malessere, che si rifanno all’idea sicilianista, , senza però, almeno fino a questo momento, un particolare peso  specifico di un progetto politico diffuso econdiviso a livello di opinione pubblica. Fra i movimenti più attivi Sicilia Nazione, Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, Fronte Nazionale Siciliano.

 

Senza volere ricercare, comunque, la genesi degli atteggiamenti indipendentistici in episodi storici che risalgono a otto secoli addietro  nella cacciata degli Angioini dall’Isola, come sostiene qualche studioso o, per essere più vicini , nei moti anti-napoletani subito dopo la Restaurazione, è opportuno soffermarsi sulle conseguenze verificatesi all’indomani del compiuto processo unitario, quando la Sicilia e il resto del Meridione furono annessi al regno di Sardegna, divenuto  dal 1861 Regno di Italia. La qual cosa suscitò nelle popolazioni una profonda delusionesperanzose che i moti garibaldini avrebbero potuto modificare la precaria condizione socioeconomica .

Il comportamento politico  della nuova classe dirigente unitaria è stato improntato a scarso senso di responsabilità e miopia strategica, non fosse altro perché si andava ad operare in un contesto non omogeneo dal punto di vista economico, sociale e civile proprio degli Stati preunitari: dalle esperienze liberali e sul piano economico liberiste del Piemonte, all’assetto protezionistico, con tardive concessioni costituzionali, del Regno delle due Sicilie(troppo tardi fu richiamata in vigore la Costituzione del ’48 con atto sovrano del 25 giugno 1860). Lo sfaldamento della monarchia borbonica fu il frutto di ragioni internazionali che prevedevano all’interno degli equilibri europei la nascita e il  consolidamento di uno stato unitario a posto di diversi stati nella penisola sotto l’influenza francese, come era stato previsto dagli accordi di Plombières del 1858.

La soluzioni confederale, d’altra parte, che era stata ipotizzata nel ’48 e abortita, riproposta successivamente dagli accordi citati, sarebbe stata proficua, considerate le differenze tra le diverse comunità preunitarie, ma inattuale per gli equilibri geopolitici del tempo di fronte alla necessità di consolidare il progetto  di uno stato accentrato e unitario .

Questa scelta causò, però, le conseguenze negative i cui risultati avrebbero condizionato il percorso del nostro Paese fino ai nostri giorni.

Le regioni meridionali, infatti, come sappiamo, furono annesse con la forza. I plebisciti che si succedettero all’indomani degli eventi militari interessarono una minoranza della popolazionetitolare del diritto di voto, a fronte di una larga  maggioranza, per lo più analfabeta ed estranea al processo di unificazione, subìto più che partecipato.

L’unificazione non tenne conto, come già anticipato, dei diversi usi, costumi, delle differenti economie, di un diverso apparato legislativo, di una diversa concezione dei rapportitra gli Stati e i sudditi, del mancato reinvestimento delle risorse finanziarie ,davverocospicue del regno meridionale, in processi di avanzamento socio-economico delle regioni ex borboniche,. Anzi furono drenati i risparmi, le risorse finanziarie dello Stato meridionale,depositate nel banco di Napoli e in quello di Sicilia investite al Nord e per pagare i debiti di guerra dell’ex- Regno di Sardegna. Furono smantellati i pochi apparati produttivi del Mezzogiorno e alcuni trasferiti nelle regioni settentrionali, dove era già presente una realtà industriale più consolidata. A tale riguardo sarebbe opportuno leggere la storiografia revisionista e in particolare i lavori di Pino Aprile(1).

Questa scelta comunque ha anche dei corresponsabili nei ceti politici del Mezzogiorno, dove non era presente una classe borgheseconsolidata e diffusa che potesse operare la trasformazione economica delle regioni e quindi modificare il volto sociale del Meridione(2).

La caratteristica agraria dell’economia e della società meridionale, il controllo politico nelle mani dei ceti conservatori, la diffusa mentalità paternalistica furono la concausa dell’inferiorità delle regioni meridionali e della Sicilia eperpetuarono, con la complicità dello Stato centrale, le condizioni di quasi stato coloniale del Mezzogiorno e dell’Isola. 

Il profilo storico di quest’ultima divergeva per  specificità proprie emerse con rivendicazioni autonomistiche ancor prima dell’Unità, quando durante la Restaurazione il riassetto del regno borbonico ridusse la Sicilia a provincia napoletana  e  poi, successivamente, con la delusione provocata dall’esperienza garibaldina che si pensava potesse realizzare, soprattutto per i ceti popolari, gli ideali di giustizia e di riscatto sociale .

La pubblicistica storiografica dal 1861 in poi,avente per oggetto le diverse problematiche della cosiddetta questione meridionale, indicò forme di autonomia, come auspicate ad esempio dal pensiero politico di Luigi Sturzo e Gaetano Salvemini, rispondenti alle singole peculiaritàregionali, che favorissero soluzioni sul piano economico e sociale e sviluppo come nel caso siciliano.

Gli interventi dei governi unitari e di quello fascista, senza soffermarci dettagliatamente sui provvedimenti di carattere economico e sociale e sulla politica di repressione del fenomeno mafioso da parte di Mussolini, se da un lato promossero alcuni significativi orientamenti in campo economico e sociale, dall’altro non indussero un cambiamento profondo indirizzatol’allineamento col resto del Paese. La guerra poi aggravò le condizioni dell’Isola.

Per capire come sia stata possibile una ripresa dell’atteggiamento indipendentistico con la comparsa del fenomeno del  Separatismo siciliano, sorto all’indomani dello sbarco degli Alleati in Sicilia nel ’43,dobbiamo pensare alle condizioni in cui si trovavano le popolazioni isolane dopo tre anni di guerra e alle complicazioni che si erano verificate impoverendo sempre di più la società, laddove i beni di prima necessità scarseggiavano e  lospirito di resistenza veniva fiaccato dai continui bombardamenti e dalle distruzioni operate dalle incursioni degli Angloamericani.

In questo contesto di precarietà e di malumore, covato a lungo, sorse il Movimento Indipendentista Siciliano, espressione dei ceti che fino a quel momento avevano detenuto il potere economico dell’Isola, in primis, latifondisti e proprietari terrieri, i quali, timorosi delle possibili eversioni sociali a fine guerra, maturarono il disegno di una nuova sistemazione che coincideva con il sogno di indipendenza della Sicilia.

Esso, però, intercettava anche il malessere e il risentimento della grande maggioranza degli strati popolari provati drammaticamente dalle conseguenze del conflitto. Le istanze dei quali erano alla base del progetto politico, incentrato sulla indipendenza, che avrebbe dovuto riscattare ed emancipare le classi popolari e farle uscire dalle condizioni di sottosviluppo. Esponenti di questa corrente, intellettuali e  progressisti come Antonio Canepa e Antonino Varvaro. (3)

Dai documenti militari si può significativamente dedurre la situazione critica, che ha coinvolto in quegli anni l’Isola, e i suoi risvolti non solo di ordine militare, ma anche sociale, economico e politico. Da un promemoria riservato del 29ottobre 1943, avente per oggetto la situazione politica ed economica della Sicilia in regime di occupazione, a firma del comandante della Compagnia Domenico Manera della Legione territoriale dei Carabinieri Reali di Catanzaro-Compagnia esterna di Cosenza, al   generale Comandante della 7 armata, si deduce la precarietà della situazione economica e sociale. Scrive: ”La profonda crisi, determinata prima dai bombardamenti nemici poi dai naturali sconvolgimenti derivanti dalla fulminea avanzata delle truppe angloamericane, permane in Sicilia senza quasi nessun accenno a ripresa, sia per quanto riguarda la vita pubblica che quella privata. Le autorità di occupazione, dei servizi pubblici e privati, hanno curato il ripristino solo di quelli che possono interessare i loro movimenti e le loro necessità inerenti alla guerra…….quindi la popolazione è bloccata nei vari paesi  senza la possibilità  di muoversi  per necessità commerciali od altro ,se non pagando forti somme a qualche macchina da noleggio fornita di permesso.  I servizi bancari e postali sono sospesi tuttora ”(4).

La relazione analizza dettagliatamente la situazione, lo stato di prostrazione in cui vive la popolazione siciliana che, provata dalle lunghe sofferenze fisiche e morali, persa ogni fiducia e stima nell’esercito italiano e nell’organizzazione dello Stato, sente l’estraneità nei confronti dell’Italia. Questa situazione fece buon gioco a favore del movimento separatista, con a capo Andrea Finocchiaro Aprile(5), il quale promosse una propaganda capillare contro Roma rea di avere sempre trattato la Sicilia come colonia, mortificandola nelle sue aspirazioni di progresso civile ed economico(6). In questi termini il movimento separatista incontrò il favore del popolo, prostrato come già detto dalle condizioni in cui versava a causa della guerra e vedeva in esso la possibilità di una ripresa economica sociale che lo facesse uscire dal tunnel in cui era caduto. 

Il M.I.S. fu, pertanto, espressione in certo senso di due anime antitetiche, l’una conservatrice che strumentalizzò le legittime istanze ed aspirazioni della gran parte dell’opinione pubblica, l’altra progressista, portatrice delle istanze di ripresa economica e di una nuova configurazione degli assetti sociali e politici in cui potessero trovare collocazione le aspirazioni delle classi meno abbienti. Entrambe accomunate dall’idea dell’indipendenza.

Coesistenza che durò finché le contingenze lo consentirono.

Quando le dinamiche politiche internazionali non arrisero più alla ipotesi di realizzare il sogno indipendentistico, coltivato grazie alle assicurazioni degli Alleati, si fecero decise le resistenze dei partiti nazionali contrari allaseparazione, che trovarono un punto di riferimento qualificato a livello istituzionale nell’Alto Commissariato per la Sicilia, istituitonel marzo del 1944 e guidato da Salvatore Aldisio, esponente della neonata D.C.  

La reazione negli ambienti separatisti, soprattutto dell’ala conservatrice che faceva capo ad esponenti dei grandi agrari e dei latifondisti,come Lucio Tasca Bordonaro (7), si indirizzòverso forme di collaborazione anche con settori del banditismo e della criminalità. 

Era successo che, se a livello di opinione pubblica mondiale il Movimento per l’Indipendenza Siciliana era riuscito a trovare un’eco negli organi di stampa più importanti, con prese di posizioni, se non del tutto favorevoli, di curiosità e simpatia, a livello politico e dei rapporti internazionali il Movimento aveva subito la prima delusione.

L’undici febbraio del 1944, infatti, si effettuò da parte degli alleati il trasferimento al governo italiano, divenuto cobelligerante, delle regioni italiane liberate, nonostante 48 ore prima fossestato annunciato da parte del governatore della Sicilia C. Poletti (8) che l’Isola non sarebbe rientrata nelle disposizioni del governo italiano.

La delusione è palpabile e nel discorso al teatro Massimo di Palermo del 13febbraio 1944, Andrea Finocchiaro Aprile dice testualmente ”… avevamo accolto i soldati anglosassoni come fratelli,  avevamo fatto deporre le armi ai nostri soldati ,avevamo gettato fiori a pieni mani sui liberatori ,avevamo espresso il nostro amore e la nostra simpatia; ma francamente non ci aspettavamo di essere consegnati al governo Badoglio, il nostro peggiore nemico”(9). Anche Ernie Pyle, corrispondente di guerra americano aveva scritto” …. E’ buffo a pensarci, questa gente è il nostro nemico, ci dichiara la guerra noi siamo venuti qui a combatterli e ora che siamo qui ci tratta come amici… Nella sua grande maggioranza la popolazione siciliana si dimostra favorevole agli americani”.(10)

G. Maxwell tenta una interpretazione sociologica del comportamento dei Siciliani “..per lungo tempo la gente del Sud si era rifiutata di considerare il Fascismo come una cosa congeniale al proprio modo di vita. E oravenivano gli Americani, tutto il favoloso mondo cromato con tante parentele fortunate oltre oceano. La grande maggioranza si schierò di tutto cuore da parte dagli Alleati …ma i Siciliani sognavano ad occhi aperti un futuro roseo….esultavano ..in mezzo alle rovine del proprio paese”(11). Sono considerazioni  queste scaturite dall’osservazioni di inviati di guerra una volta occupata la Sicilia. In effetti le stesse scene di entusiasmo si verificarono nel resto della penisola  progressivamente all’avanzata degli eserciti alleati ,caduto il regime. Era l’insostenibilità di un’avventura che pesava come un macigno sulla testa del popolo italiano e il desiderio di pace. 

Ma nello specifico, per quanto riguarda la Sicilia,l’atteggiamento di “simpatia” nei confronti degli Americani nasceva dal mito di un mondo lontano e favoleggiato  grazie anche ai rapporti instauratisi  nel corso degli anni e favoriti  dai flussi di emigrazione consistente  di  gente che aveva lasciato l’Isola per fare fortuna oltreoceano ,ma che manteneva  rapporti con parenti residenti, rimetteva risorse economiche. Alcuni erano tornati dopo avere fatto fortuna ad investire nel paese natio, portando con sé il racconto di una terra favoleggiata e trasfigurata.

L’ambiguo comportamento degli alleati nei confronti delle aspirazioni indipendentiste, perché così è stata interpretata allora dai Separatisti siciliani, va inquadrato nel contesto in evoluzione del momento.

Fino al Febbraio e dopo, anche se in modo piùdefilato, avevano fatto sperare che l’obiettivo dell’indipendenza potesse essere realizzabile.

Erano ben noti, come afferma L. Cosmerio, i radio messaggi di Fiorello La Guardia in cui si riconosceva il pieno       diritto della Sicilia 

all’ autodeterminazione. ”Tutti i Paesi occupati devono essere liberati e i loro popoli devono decidere la forma di governo che essi desiderano. Ciò significa che anche alle colonie e alle isole le quali sono state infelici nel passato e che hanno avuto poca o nessuna voce in capitolo…è stato garantito il diritto di decidere se tornare allo stato di prima o se stabiliranno altra forma di governo. La Voce Repubblicana 8 agosto ‘44)(12).

 

D’altronde, in Sicilia sotto l’Amministrazione alleata (Allied Military Government  Occupied Territories),a partire dalla caduta di Palermo il 22 luglio del ‘43, furono ripristinate le libertà politiche, riconosciute anche al movimento indipendentista ,la cui libertà di azione fu sancita da una ordinanza di C. Poletti. Le denunce, infatti, dell’Autorità di P.S. nei confronti degli indipendentisti furono archiviate dallamagistratura civile e militare, con l’espresso riconoscimento che non esisteva nessun reato trattandosi di un movimento politico perfettamente legale. E’ scontato che una situazione del genere va inquadrata nel contesto del momento e in ordine all’evolversi della situazione militare e allo sviluppo del conflitto. Una Sicilia indipendente avrebbe avuto la sua ragion d’essere se gli Alleati non fossero riusciti ad eliminare la presenza nazista in Italia e sarebbe stata ancora più gradita se i Sovietici avessero esteso la loro influenza in Europa e quindi anche in Italia dove si prospettava l’affermazione di un forte partito comunista. Gli eventi bellici sminuirono questa prospettiva. Caduto il Fascismo e l’Italia meridionale passatasotto il controllo angloamericano, le prospettive nel Mediterraneo mutarono, era tutta l’Italia meridionale, non solo la Sicilia, sotto il controllo alleato e in Europa le sorti della guerra volgevano a favore degli alleati.

L’interesse dei vincitori occidentali a questo punto andò affievolendosi nei confronti dell’esperienza separatista dovendo tenere anche in debita considerazione l’intervento dell’ Unione Sovietica che mal volentieri avrebbe accettato una Sicilia indipendente e sotto controllo angloamericano, come esplicitamente affermato nel dicembre del ‘43 a Palermo A. Vyecinskij, a capo di una missione di Mosca, il quale aveva ammonito a non creare una nazione siciliana perché l’URSS non avrebbe permesso mutamenti nello statu quo nel Mediterraneo(13).

La presa di posizione dell’Urss e le sorti del conflitto, che volgevano a favore degli alleati in Europa, fecero passare in secondo ordine soluzioni favorevoli al riconoscimento di una Sicilia indipendente. La mutata situazione pertanto orientò gli interessi alleati verso la soluzione unitaria. Il nostro Paese avrebbe comunque subito aggiustamenti territoriali ad ovest e ad est, a vantaggio di Francia e Jugoslavia, con il trattato di Pace del 10 febbraio 1947 a Parigi.

Fu caldeggiata tuttavia nel quadro dell’assetto unitario la soluzione della regione a statuto speciale, con la quale dare voce e cittadinanza alle esigenze di progresso e sviluppo di unaregione che per le sue peculiarità anche storiche meritava delle risposte specifiche. 

Dopo l’istituzione dell’Alto Commissariato per la Sicilia con la benedizione degli Alleati, con regio decreto legge del 18 marzo ‘44 del Regno del Sud fu istituita ,come detto all’inizio, la Consulta il 28 dicembre  ’44. Suddivisa in sottocommissioni preparò la bozza dello statuto che, approvato dalla Consulta, fu inviato dall’Alto commissario Salvatore Aldisio al Consiglio dei ministri il 4 aprile ’46 e da questo alla Consulta Nazionale per l’espressione del parere favorevole il 7 maggio dello stesso anno.

IL 15 Maggio 1946 fu approvato lo Statuto della Regione Siciliana, che sarebbe stato convertito in legge costituzionale il 26 febbraio del 1948.

La scelta autonomistica tolse la ragion d’essere al Movimento Separatista, perché accoglieva le istanze sociali, economiche e di progresso civile rivendicate e promosse dalla parte più progressista di esso e le convogliava in una prospettiva nuova all’interno del quadro unitario. A ottanta e più anni dall’Unità e dopo due guerre mondiali, la seconda distruttiva sul piano morale e materiale, finalmente la Sicilia aveva avuto riconosciuto il suo diritto ad esistere. Il 19 luglio 1946 in un intervento alla Consulta G. Martino(14), uomo politico liberale dice testualmente “La Sicilia ha sempre aspirato al rinnovamento economico, e dunque al rinnovamento sociale. E se le correnti indipendentiste hanno trovato tanto facili consensi, ciò è perché i siciliani hanno timore non già della politica di rinnovamento (come spesso è stato detto da osservatori superficiali delle cose nostre), ma dalla politica di abbandono .Qui è la vera genesi del separatismo siciliano , nel  fatto che i siciliani, desiderosi di rinnovamento economico e sociale, hanno perduto ogni fiducia nell’opera del governo centralizzato di Roma. E se è bastata la promessa dell’autonomia ….per deprimere il movimento per l’indipendenza siciliana, ciò si deve al fatto che nell’autonomia, a torto o a ragione, i siciliani hanno visto lo strumento delloro rinnovamento ,lo strumento per  il miglioramento delle proprie condizioni  economiche e sociali”. Il Movimento indipendentista venne sciolto nel 1951.

Quali siano stati gli sviluppi negli anni a seguire fino ad oggi e se siano state attuate le premesse e le promesse della soluzione autonomistica fa parte di un altro discorso. 

 

 

Bibliografia essenziale:

 

(1 ) Pino Aprile, giornalista e scrittore autore di “Terroni “ ed. Piemme Milano 2010 e di altri testi. I suoi studi hanno approfondito conseguenze e crimini commessi in nome dell’Unità .

 

(2)A. Grasso ” Il Separatismo Siciliano (1943-47)” t.d.l.. 1968 p.4

3) Antonio Canepa (1905-1945.). Uomo politico italiano, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Catania. Sotto lo pseudonimo di Mario   Turris     pubblicò nel 1942” La Sicilia   ai  Siciliani “che fu il manifesto della sua idea di Separatismo siciliano . Fu a capo dell’E.V.I.S corpo armato degli indipendentisti. Morì in un conflitto a fuoco con i carabinieri presso Randazzo (CT) il 17 giugno 1945. 

Antonino Varvaro (1892-1972) rappresentante delle posizioni piùa   sinistra del M.I.S.

4) A. Battaglia “Separatismo Siciliano”- i documenti militari .Ed.Nuova cultura Roma 2015 pag. 55 e segg.

5) Andrea Finocchiaro Aprile (1878-1964). Di famiglia borghese, politico di educazione liberale e   docente di Storia del Diritto all’Università di Ferrara nel 1912 e a quella di Siena, fu deputato,sottosegretario e ministro nei governi prefascisti. Abbandonata la vita politica, riprese la sua attività nell’imminenza della caduta del regime e poco prima dello sbarco alleato in Sicilia, facendosi portavoce dell’idea dell’indipendenza della Sicilia e organizzando il M.I.S, il cui progetto era quello con l’avallo degli Alleati di una nuova sistemazione dell’Isola nel quadro di una federazione con l’Italia. Autorizzò la nascita dell’E.V.I.S, fu arrestato per eversione nel 1944 e tornò libero nel 1945, ma nell'ottobre dello stesso anno fu nuovamente arrestato insieme al suo braccio destroAntonino Varvaro.

Nel 1946 fu eletto deputato all'Assemblea Costituente nelle liste del M.I.S. Nel 1947 il sodalizio con A. Varvaro si dissolse per gravi divergenze sulla concezione del M.I.S:. Varvaro voleva che il movimento assumesse una posizione politica ben precisa, nella fattispecie di sinistra. Nel III Congresso Nazionale di Taormina 1947 si pervenne alla scissione. Varvaro costituì   il M.I.S.D.R. con l’intento di portare avanti le istanze alle consultazioni elettorali per la prima Assemblea Regionale.

Finocchiaro Aprile fu consigliere regionale all’ARS nel 1947, da cui si dimise per partecipare alle elezioni al Parlamento nazionale dove non fu eletto. Il MIS si sciolse nel 1951.

6) A: Battaglia op. cit. p.  58

7) Lucio Tasca Bordonaro (1880-1957) esponente della corrente agraria del Separatismo Siciliano.

8) Charles Poletti, (1903-2002), uomo politico statunitense. Capodegli affari civili della VII armata americana, responsabile civile della Sicilia fino al febbraio 1944

9) A. Grasso op. cit. pagg. 61-62 

10) Erny Pyle, (1900-1945) giornalista e corrispondente di guerra passi in “Brave men “

11) Gavin Maxwell (1914-1969) giornalista e scrittore “Dagli amici mi guardi iddio” Milano 1957 pag. 50

12) Luca Cosmerio , pseudonimo di Luigi La Rosa( 1875-1962),avvocato ed esponente del M.I:S .aurore di” Quel che si pensa in Sicilia” Catania 1947​​

 

13) Salvo Di Matteo “Anni roventi” La Sicilia dal 1943 al 1947 Palermo 1967.pag.101

14) Gaetano Martino (1900-1967), uomo politico, convinto assertore della costruzione europea più volte ministro ,docente universitario ed esponente del partito liberale.