Roma, un capitale per la mafia

Da qualche giorno a Roma, nella Capitale intoccabile, alcuni si sono resi conto loro malgrado che esistono le mafie. Una realtà che forse per molti, tra comuni cittadini e istituzioni, non era riconoscibile. Perché parla in dialetto romano, perché non è catalogabile sotto un unico nome (‘ndrangheta, camorra, mafia…), perché colmando i tanti spazi vuoti lasciati dalle amministrazioni locali – e non solo – in tanti la sfiorano, ci parlano, le chiedono favori quotidianamente.

E’ lì, pronta a creare posti di lavoro con una telefonata all'”amico” di turno. Pronta a fornire finanziamenti ad aziende del territorio, con la clausola di intascare almeno il 50% del finanziamento stesso pur non partecipando direttamente o apparentemente all’azienda.

Tutto caratterizzato sempre da un fiuto per gli affari indiscutibile. Perché quei soldi, frutto di favori, vengono reinvestiti e alimentano numerose attività commerciali e professionali sparse per la Capitale. Un mostro sociale di cui le amministrazioni locali sembrano – era ora! – solo adesso prendere consapevolezza. Ne è la prova il primo meeting regionale, conclusosi lo scorso 29 novembre pochi giorni prima della bufera, dal titolo Lazio senza Mafie. In uno dei vari incontri, si è fatto riferimento alla “mafiosità pulviscolare” che spiega il perfetto incastro tra servizi e mafie, tra affari e mafie, tra politica e mafie. Danilo Chirico, autore del libro “Mammamafia”, spiega che la mafia capitolina si insinua ovunque “nel modo di ottenere un lavoro, una consulenza, una casa” e anche per questo “in questa città come altrove le mafie hanno un consenso sociale”.

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